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UN LABORATORIO DOVE GIOVANI RAGAZZI SPERIMENTERANNO PRIMA DI TUTTO SE STESSI

Gli artisti a Tresigallo


Approfondimenti


Carlo Frighi: l’ingegnere che disegnò una città

Carlo Frighi nasce a Tresigallo nel marzo del 1903.

Rossoni, durante il suo Sottosegretariato (1930-35), si portò a Roma il giovane universitario tresigallese, studente in ingegneria, a cui diede, per prima cosa, l’opportunità di lavorare nelle redazioni delle sue riviste. Nell’anno accademico ‘29/’30, Frighi conseguì la laurea in ingegneria civile con una tesi progettuale per un teatro. Subito dopo Rossoni lo invia a Foggia – dove l’onorevole Blanc aveva fatto avviare un vasto piano di risanamento urbanistico della città – per offrirgli una preziosa esperienza: un vero e proprio campo d’azione dove potersi confrontare dal punto di vista lavorativo, formativo, professionale con esperti del settore. Conclusi i 3 anni formativi a Foggia, Rossoni lo chiama alla direzione della rifondazione della nuova Tresigallo, partendo proprio da quel teatro -progettato nella tesi di laurea- che diventerà (con i dovuti cambiamenti architettonici coerenti con il numero di persone che vivevano in quel luogo e il budget disponibile) il primo edificio della rifondazione: il Teatro Cooperativo, realizzato dalla Società Immobiliare Operai Tresigallese.

Dal 1935 al 1939, sarà l’ideatore della maggior parte degli edifici pubblici di Tresigallo, firmerà i disegni e dirigerà i cantieri, arricchendo in maniera notevole quegli schizzi che Rossoni mandava all’amico Mariani, cercando di trasformarli in strutture concrete, esprimendo, più volte, una propria identità costruttiva e di realizzo; un esempio su tutti: nei disegni di Rossoni non compare mai piazza Rivoluzione, segno di un’autonomia da parte di Frighi e di una verve artistica non indifferente.



In alcuni edifici, Frighi opera in modo magistrale, sperimentando stili internazionali e, in alcuni casi, anticipando i tempi di mezzo secolo, come ha scritto Cristiano Rosponi, direttore del CE.S.A.R. (Centro Studi Architettura Razionalista):

“…questa cittadina rifondata che nel disegno a tavolino testimonia il rispetto dei caratteri del tessuto esistente dall’età medievale fino alla grande bonifica ferrarese della seconda metà dell’800, con la ristrutturazione in boulevard della strada principale già esistente, e che non rinuncia alla sperimentazione di nuove forme e stili del panorama nazionale e internazionale come l’art deco della ex GIL e della ex Caserma dei Carabinieri, o quello metafisico dei porticati di piazza Repubblica, precursore del miglior post-modern di almeno cinquant’anni. Una città che dà testimonianza dell’irrinunciabilità degli elementi della nostra tradizione urbana come la piazza, il viale, il porticato, il giardino, unici garanti del successo nella costruzione di una “città italiana”.

Subito dopo la guerra, Frighi ritenne chiusa la sua esperienza professionale a Tresigallo, trasferendosi a Ferrara, dove aveva mantenuto i rapporti con i vecchi amici imprenditori “rossoniani” (come l’ing. Zaccarini). Progettò proprio con quest’ultimo l’Albergo Ferrara e apprestò progetti edilizi per l’I.A.C.P1, istituto del quale fu anche revisore dei conti. Progettò successivamente due palazzi per l’E.N.A.O.L.I. nel Basso Ferrarese. Morirà a Ferrara nel maggio del 1975.


1 Istituto Autonomo Case Popolari di Ferrara

Cecchino Guerra: il marmista che veniva dalla Romagna

Un altro artista che lavorò alla rifondazione di Tresigallo fu il bolognese ing. Piero Toschi, il quale progettò la nuova facciata della Chiesa e i due porticati ai lati del sagrato della chiesa: uno che riveste il lato sinistro dell’asilo, l’altro che abbraccia la nuova canonica tondeggiante e si defila fino all’inizio di viale XXVIII ottobre (oggi viale Verdi).

Il realizzatore materiale di suddette opere fu però il quasi leggendario marmista Francesco Guerra, da tutti chiamato Cecchino. Bisognerebbe chiamarlo “artista” questo abile lavoratore del marmo. Gli starebbe bene pure l’epiteto “maestro”: tutti i marmisti dei paesi del Basso Ferrarese appresero da lui i metodi per lavorare il marmo. Prima di Cecchino, in queste zone, questa era arte sconosciuta, perfino per i monumenti cimiteriali. Fu un pioniere, dunque, oltre che un maestro, un artista, un marmista.

A ventiquattro anni, il giovane romagnolo (veniva da Voltana) si trova a Lugo (siamo nel 1933) per partecipare all’Esposizione dei lavori in marmo con una fontana di sua creazione. Vincerà il primo premio. L’anno successivo espone a San Biagio di Bondeno (paese in provincia di Ferrara) una tomba di famiglia. Fu durante quest’esposizione che lo notò un giovane parroco, da poco rettore della parrocchia di Tresigallo, don Ottavio Mascellani (nativo proprio di San Biagio), chiamato poco tempo prima dal ministro Rossoni a “collaborare” per la rifondazione del suo vecchio paese.

Al ministro don Mascellani segnalò Cecchino, dal quale si recarono lo stesso parroco, il cognato di Rossoni (Carluccio Cavallini) ed il suo factotum Livio Mariani. Questi offrirono al giovane marmista interessanti ed impegnative prospettive di lavoro e di guadagno nei cantieri di Tresigallo, con il pressante invito di trasferirsi in quel – ancora - piccolo borgo. Probabilmente furono abbastanza convincenti i tre ambasciatori di Rossoni, dato che Cecchino, dopo il matrimonio con la diciannovenne Iride, si trasferì a Tresigallo, in una misera casa al terzo piano in piazza Italia.

Nonostante l’infelice dimora, dal 1935 al 1939, per Cecchino furono anni intensi e sotto la guida di architetti, ingegneri ed urbanisti, il marmista venuto dalla Romagna rivestì di marmo e travertino la maggior parte di tutti gli edifici pubblici di Tresigallo e parecchi di quelli privati. E’ nel cantiere Tresigallo che conosce l’ing. Toschi, per il quale lavorò tanto bene (nella facciata della chiesa e nei porticati) da meritarsi il regalo di un progetto di palazzina, naturalmente con profusione di marmi e travertino, da ubicare nel recinto del suo “cantiere-laboratorio”.

Con la sostituzione di Rossoni al ministero, il 1939 è l’anno di stasi nell’attività di Cecchino. Ma l’apprendistato di Tresigallo fu importante e significativo: già nei primi anni ‘40 allarga il raggio della propria attività nel Basso Ferrarese, e nel dopoguerra si trasferisce a Ferrara, dove riesce ad aprire una grosso cantiere per il lavoro del marmo. A Ferrara ritrova l’amico ing. Toschi, il quale gli progettò un’ altra palazzina, le cui linee architettoniche ricordavano quella di Tresigallo.

Fino agli ultimi giorni della sua vita, Cecchino metterà passione e impegno alla lavorazione del suo marmo, lasciando, nel Ferrarese, un’arte e un insegnamento inestimabile.

Giorgio Baroni: pioniere del ferrocemento

Un altro artista che lasciò il suo segno indelebile in una copertura di un magazzino della MA.LI.CA. di Tresigallo, destinato all’ammasso di bacchette di canapa, fu l’ing. Giorgio Baroni, milanese, classe 1907 (appena 30enne nel 1937, anno del brevetto del ferro cemento). Con questa copertura, l’ingegnere dimostrò come fosse possibile realizzare coperture, anche molto ampie, utilizzando spessori davvero ridotti di cemento armato con conseguente risparmio di ferro e calcestruzzo.

La particolare forma adottata per le sezioni resistenti permise di distribuire il carico in modo tale che la copertura avesse resistenza uniforme per le ipotesi limite di carico, consentendo di avere sempre situazioni note e quindi di poter calcolare l’impiego dei materiali in maniera esatta e senza sprechi: la sezione parabolica consente di convertire il carico distribuito in sforzi di sola compressione che vengono affidati al calcestruzzo, sgravando quasi completamente l’acciaio. Anche le travi di bordo, solitamente sottoposte a torsione, vengono a trovarsi nelle migliori condizioni statiche, in quanto sottoposte solo a sollecitazioni assiali, di compressione o trazione, sulla direttrice lungo la quale lavorano al meglio per sopportare tali sforzi.

Inoltre la struttura non soffre in alcun modo di un’eventuale inversione del carico, che molto spesso mette in crisi proprio le strutture leggere: la particolare forma permette di sopportare anche le tipiche pressioni e depressioni causate dal vento. La perfetta riuscita del progetto e della realizzazione è dimostrata dallo stesso manufatto che, a distanza di oltre 70 anni, e con manutenzione pressoché ordinaria, non ha alcun problema statico. La sorprendente copertura, vero capolavoro strutturale di Baroni, è assolutamente originale ed oggi è paragonata solo alle ben più tarde strutture di Felix Candela1.

Questa realizzazione, rivoluzionaria, “anticiperà le sperimentazioni di poco successive di Pier Luigi Nervi sul ferrocemento che, realizzato anche questo in spessori sottilissimi e senza l’uso delle tradizionali casseforme e armato con reti metalliche, aprirà le porte alla sua eccezionale carriera del dopoguerra"2. Dunque, Tresigallo può vantare una prima sperimentazione, a livello nazionale, del ferrocemento, da parte di questo ingegnere, quest’artista, milanese.

Dopo la guerra Baroni si trasferirà in America per lavoro e di lui non si avranno più notizie.


1 T. Iori; Il cemento armato in Italia. Dalle origini alla seconda guerra mondiale. Collana “Il modo di costruire”. Edilstampa; Roma; 2001.

2 G. Claudio; Giorgio Baroni, coperture sottili in cemento armato in forma di paraboloide iperbolico, «ARERA», n. 57 luglio/agosto 2001, pp. 24-31 letture critiche.

Enzo Nenci: uno scultore emiliano

U n altro artista che lavorò a Tresigallo fu lo scultore Enzo Nenci, il quale disegnò l’opera dell’Angelo (o del “Grande Angelo”), la quale venne posta a capo del nuovo cimitero monumentale della cittadina. La realizzazione tecnica e marmorea dell’opera è da attribuire a Giacomo Bigoni, vero “maestro” nella realizzazione di simili manufatti, oltre che scultore e pittore in proprio.

Nato nel 1903 a Mirandola, in provincia di Modena, da padre musicista e madre contessa, nonché pittrice dilettante, Nenci ha fin da piccolo la possibilità di crescere in un ambiente intellettualmente e culturalmente stimolante e vivace, in una famiglia frequentata da musicisti, letterati, artisti. Vive la sua infanzia a Ferrara, dove si trasferisce nel 1907 e tra il 1925 e il 1928 attraversa un’intensa stagione espositiva che lo vede presente in importanti rassegne nel Ferrarese e, in generale, in Emilia. Gli anni ‘30 lo vedono realizzare i primi esempi delle sculture delle “Madri”, tema che, sviluppato nella famiglia, nel genere umano, proseguirà in tutta la sua produzione.

Una serie di sculture in terracotta, marmo e bronzo, che documentano il sintetico espressionismo di Nenci degli anni Venti e Trenta, si trovano in molti paesi del ferrarese (come a Tresigallo, con la scultura del “Grande Angelo”, realizzato in marmo)

Nei cenni biografici che riguardano questo artista non possono essere dimenticati gli anni della seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1945, quando Nenci collabora come capochimico in diversi stabilimenti ferraresi e della provincia di Rovigo.

É in questo periodo che inizia a delinearsi una sua precisa linea stilistica, anche a causa di dolorose esperienze personali (la completa distruzione della sua casa-studio ferrarese durante il bombardamento di Ferrara nel 1943, con la perdita dei suoi lavori e il saccheggio di quello che era sfuggito alla distruzione, nonché la perdita, durante la guerra, di due amatissimi fratelli) che si intrecciano con la tragedia del conflitto mondiale. Sul finire del 1945 è a Milano, trasferitosi con la famiglia dai genitori, dove esegue alcuni ritratti per il Cimitero Monumentale, quindi trova casa a Ponte San Pietro (Bergamo). Si stabilisce poi definitivamente alla fine del 1946 a Mantova, condotto in questa città dall’attività professionale che lo porta a trovar impiego in uno zuccherificio mantovano per la bimestrale campagna saccarifera. Conquistato dalla bellezza della città dei Gonzaga e dall’ospitalità dei suoi abitanti vi risiede, vincendo concorsi pubblici e partecipando a importanti mostre.

Ed è proprio a Mantova che le esperienze dolorose prima citate potenziano in lui “il senso di quel dramma universale umano cui ora sente di dover dare una risposta con la propria arte” (Franco Monteforte). Oggi è ritenuto uno dei massimi scultori italiani del novecento.

Tarchi e Bruni: due firme ancora sconosciute

VNonostante i due personaggi siano avvolti da un alone di mistero, i loro nomi sono incavati nel secondo masso di travertino (dal basso) e nella parte destra della parete del mausoleo di Rossoni prospiciente la Cappella mortuaria del cimitero.
I due artisti vollero indicarci i rispettivi “compito e ruolo” svolti in tale occasione: a fianco del cognome di Tarchi si legge “IDEÓ”, mentre a fianco di quello di Bruni si legge “ESEGUÍ”. Allo stato attuale non sono state ancora attivate ricerche approfondite su questo “Tarchi”.
Quel “Tarchi IDEÒ’” è da attribuire ad un valente architetto del novecento: Ugo Tarchi. Ugo Tarchi nasce a Firenze nel 1887 e già dai primi anni di scuola manifesta la sua attitudine per il disegno: egli stesso amava raccontare di come suo padre ebbe la rivelazione di queste sue capacità quando un pomeriggio disegnò una carta dell’Italia sotto lo sguardo attento del padre, che il giorno seguente si trovò a doverlo consolare dall’accusa fattagli dal maestro di averla ricalcata; in quell’occasione il padre gli disse: “Non piangere questa è una bella notizia, ti faremo studiare disegno e tu diventerai qualcuno”.

E così è stato, visto che subito dopo la laurea in architettura si avvia verso una carriera accademica cui dedica tutto il suo lavoro avendo deciso di sposare la sua arte.

Lavora all'Accademia di Perugia, dove insegna disegno architettonico, tra il 1910 e il 1921, e realizza importanti opere di recupero e ristrutturazione architettonica in Umbria e in Italia centrale; insegna poi a Bologna, Brera di Milano e Roma, fino al 1957 quando si ritira dall'insegnamento per raggiunti limiti di età; in quell’occasione il Ministro della Pubblica Istruzione esprime “il più vivo rammarico per dover privare della sua preziosa opera la scuola”.

Tra le sue opere più conosciute ci sono la cripta del santo nella basilica di S. Francesco di Assisi; lo studio urbanistico e la costruzione di Piazza Impero, con il Palazzo del fascio caratterizzato dall’alta torre centrale, su progetto di Ernesto Lapadula, a Ragusa; suoi sono anche i disegni e i progetti del Palazzo del Governo (Prefettura) e dell’edificio scolastico Ecce Homo, sempre nella città siciliana.
Da ricordare inoltre lo straordinario Mausoleo dedicato a don Luigi Sturzo realizzato a Caltagirone: venne commissionato nel 1962 dal Governo Italiano per iniziativa di Mario Scelba, Ministro degli Interni, su progetto appunto di Tarchi. Le eccezionali capacità personali, l’altissimo grado professionale raggiunto, la libertà da ogni impegno che non fosse di architettura ed infine la lucida longevità permisero al Tarchi la realizzazione di una vasta mole di opere architettoniche e scientifiche.

Apprezzato anche come studioso e storico dell'arte (sua è un'importante opera sulla Storia dell'architettura dell'Umbria e della Sabina), dimostra di essere, inoltre, uno dei più valenti e attivi architetti del Novecento. Muore a Firenze nel 19781.


1 F. ROSSETTI, Ugo Tarchi architetto della cripta di san Francesco d'Assisi, s.n.t., Il Leccio, 1983.

Pietro Porcinai: il più grande del mondo

Tra gli artisti che operarono nella Tresigallo rossoniana, vi è, incredibilmente, anche quello di Pietro Porcinai, architetto fiorentino, definito “architetto di giardini”, il quale progettò per la villa Barillari un artistico parco-giardino.

Pietro Porcinai nasce a Firenze il 20 dicembre 1910, e sarà un architetto e paesaggista italiano, tra i più importanti del Novecento.

Ha progettato sistemazioni paesaggistiche nelle scale più diverse: dal giardino al parco urbano, dall'area industriale al villaggio turistico, dall'autostrada all'area agricola. Tra i suoi oltre 1.100 progetti, realizzati in vari paesi del mondo, vi sono anche giardini-paesaggio, cioè giardini nei quali l'uomo sembra non aver fatto nulla.

Conseguito il diploma di perito agrario lavorò in Belgio e in Germania (1928-1929). Tornato a Firenze, dopo un'esperienza di lavoro presso l'Istituto di Agraria di Firenze (1932), lavorò con il vivaista pistoiese Martino Bianchi.

Ritornato in Germania, conobbe i più importanti architetti europei del giardino (Fritz Enchke, Karl Foerster, Gustav Luttge, Russel Page, Geoffrey Jellicoe, René Pechère, Gerda Gollwitzer), ne apprezzò le opere ed ebbe la possibilità di confrontarsi con il loro metodo di lavoro, le loro tecniche colturali, le loro soluzioni formali.

Nel 1937 iniziò la sua collaborazione, seppure saltuaria, per la rivista di architettura “Domus” diretta da Giò Ponti. Nel 1938, a soli 28 anni, e già noto professionista, fondò a Firenze con Nello Baroni e Maurizio Tempestini uno studio che diventò presto un vivace punto di riferimento della vita culturale fiorentina, entrando in contatto con le famiglie importanti dell'imprenditoria che diventeranno suoi committenti fino al concludersi della sua attività. Sempre nel 1938 conobbe a Berlino il noto architetto paesaggista tedesco Alwin Seifert durante il Congresso Internazionale di Ortoflorofrutticoltura.

Nel 1947, insieme a Tempestini e Baroni, fondò la OP “Organizzazione professionisti per la sintesi nel lavoro” nuovo studio associato, collegato con altri professionisti in varie zone d'Italia che verrà sciolta nel 1954.

Nel 1948, al Jesus College di Cambridge, fu tra i soci fondatori dell'IFLA (International Federation Landscape Architecture) insieme ad un gruppo internazionale di paesaggisti: scopo dell'associazione è diffondere la cultura paesaggistica nei vari paesi e dare maggiori riconoscimenti alla professione per migliorare la qualità della vita della società.

Dopo il 1949, consolidata la clientela privata, insieme ad incarichi pubblici di rilievo, ebbe l'opportunità di fare grandi esperienze internazionali: il progetto delle aree verdi al quartiere Hansaviertel di Berlino (1956); la consulenza per Abu Simbel (1963); il progetto per la sistemazione esterna del Centro Pompidou (1973); il progetto dei parchi delle città dell'Arabia Saudita (1975–1976); il concorso per Abidjan (1979) ed il concorso per il Parco de La Villette (1982).

In tutte queste occasioni Porcinai dimostrò di eesere nel pieno della sua maturità.

Collaborò con Ludovico Belgioioso ed Ernesto Nathan Rogers, Vittoriano Viganò, Marco Zanuso e Pietro Consagra, Riccardo Morandi, Oscar Niemeyer, Renzo Piano e Richard Rogers, Carlo Scarpa, Franco Albini e Franca Helg, ideando parchi e giardini che hanno acquistato il valore di un modello nel nostro tempo.

Difensore del patrimonio naturale e del paesaggio si è battuto a lungo per l'insegnamento del verde, del paesaggio e del giardino nelle scuole italiane, nelle quali si registrava il massimo disinteresse nei confronti di queste discipline1 .

Nonostante ancora oggi la vicenda sia poco conosciuta, alla fine degli anni ‘30, Pietro Porcinai collaborò con la pittrice, illustratrice, ceramista e restauratrice ferrarese Clara Zappi. Porcinai, grazie all’amicizia con la Zappi, potè sperimentare alcune sue idee proprio nella provincia ferrarese. Così, nel 1938, operò a Massafiscaglia (giardino del direttore dell’azienda agraria di Tieni), a Bondeno (Ca’ Napoleona, però nel 1948) e proprio nella “Tresigallo nuova”, nel 1938, (periodo della rifondazione rossoniana), nella casa Barillari; villa alle porte di Tresigallo. E’ certo che Porcinai, quando arrivò a Tresigallo possedeva già una buona esperienza alle spalle; ciò non toglie che era un giovane di 28 anni, ancora nella sua fase di sperimentazione.
Sicuramente, anche grazie all’esperienza tresigallese, Porcinai assumerà, via via, una conoscenza del suo mestiere che lo porterà ad operare ai massimi livelli. Da segnalare che, oggi, l’edificio, è rimasto pressoché immutato, mentre il giardino, purtroppo, poco ricorda il progetto di Porcinai.


1 M.C. Pozzana, I giardini del XX secolo: l'opera di Pietro Porcinai, Alinea, Firenze, 1998.

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