Quando la realtà supera l’arte, dalla metafisica all’alienazione

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Ci trasmette una sensazione tra la commozione e l’alienazione la ripresa della piccola telecamera posta sopra una delle balconate di piazza Repubblica di Tresigallo, la quale trasmette 24 ore su 24 quasi l’intera forma dell’emiciclo, una piazza tra le più belle d’Italia, attorniata da maestosi portici, dolci balconi, archi perfetti, ma anche alberi, fontane, statue.

Ci commuove questa inquadratura cinematografica perché è così che Tresigallo ce lo siamo sempre immaginato: una città dalle grandi strade, una composizione bizzarra eppure razionalissima di linee e geometrie, di spazi volutamente pieni e sapientemente vuoti, di figure architettoniche irrequiete appoggiate sopra il piastrellato dei piazzali e degli spiazzi, che incutono forse timore e estraniazione, ma certamente emanano anche un senso impalpabile di accoglienza nei confronti del viandante, del pellegrino, del turista che s’è perso.

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Perché in fondo questo è sempre stato Tresigallo: un girotondo festoso di parallelepipedi arancioni, di cubi azzurri, di cilindri rossi, di facciate bianche, di compenetrazioni di figure geometriche dai molteplici materiali irripetibili.
Ma anche di torrette, infissi in ferro finestra, tettoie, maniglie, rivestimenti in finto marmo, gazzelle in bronzo, bassorilievi, cancellate, scritte tridimensionali.
Una città costruita per 12.000 abitanti, ma che arrivò forse a contarne 7.000.
Oggi ne conta poco più di 3.000.
Un grande spazio per poca gente: sono queste le giuste premesse per vivere la grande esperienza di abitare o visitare La Città Metafisica.

Non solo perché il razionalismo fu in qualche modo la pittura metafisica costruita per davvero, ma anche perché qui, in questa cittadella appoggiata sopra una nuvola di nebbia, è raro trovare nei giorni estivi di luglio o negli inverni gelidi di novembre esseri viventi camminare per le vie e le piazze.
Per questo la presenza dell’uomo qui è solo immaginata, la realtà appare come pura apparenza delle cose, e le ombre degli archi della chiesa sembrano più lunghe del naturale, si sentono voci inesistenti, melodie mistiche fuoriescono dall’acqua della fontana, pure le statue ferme e immutabili hanno un ché di effimero ed eterno, come se fossero fuori dal tempo.
C’è una garbata solitudine nella bellezza metafisica di Tresigallo che ricorda la dolorosa solitudine dei quadri del maestro Giorgio De Chirico: una solitudine dell’uomo senza la presenza dell’uomo, per De Chirico provocata dalla grande guerra appena conclusa, per Tresigallo dal preoccupante calo demografico costante.

Foto di Gabriele Belcastro

Di commozione parlavamo. Ma anche di alienazione.

Perché la metafisica di Tresigallo appariva fino a poco tempo fa codificabile umanamente solo quando durava qualche ora. Perché forse anche la sensazione metafisica deve avere dei limiti di spazio e soprattutto di tempo. Lo stiamo imparando sulla nostra pelle.
Invece, la piccola telecamera posta sopra l’arco della piazza è da oltre cinque settimane che ci mostra una visione eternamente metafisica. Questo non era mai successo nella storia, nemmeno nella pittura di De Chirico. Almeno nei suoi quadri qualche manichino lo vedevi, l’ombra di una bimba che rincorreva il suo cerchio da gioco la percepivi. Ma in questa epoca post-moderna e pre-apocalittica, la realtà ha superato l’arte, e ha dato una nuova interpretazione alla pittura: la metafisica ripetuta nel tempo in una forma eternamente presente, diventa alienazione pura, un qualcosa che gli uomini non riescono più a comprendere, non vogliono umanamente accettare.

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Tresigallo La Città Metafisica resta una sensazione, una grande esperienza, una visione esistente.
Oggi che abbiamo provato cosa è una città continuamente vuota, dove la vita apparente ha lasciato spazio alla morte prevedibile, ci auguriamo di tornare presto, prestissimo, a vivere la nostra realtà.

Perché anche nella metafisica c’è una vita presente assordante, invisibile ma sostanzialmente costante.
Quella vita di cui oggi ne sentiamo profondamente la mancanza.

 

 

Scritto da Stefano Muroni

Immagine in evidenza ad opera di Yuri Soldi